Cambiamento,  Crescita Personale,  Psicologia,  Self Empowerment

Ascoltare la propria “voce”

La realtà, che ci circonda viene solitamente interpretata secondo canali e registri spesso inconsapevoli e condivisi. I gruppi sociali creano e condividono visioni, regole, pattern di comportamento accettati nel tessuto della comunità in cui vivono.

Non è un caso se gli stessi cambiamenti sociali di cui ad oggi sentiamo il bisogno, altro non sono che l’abbandono di categorizzazioni ormai superate non più rappresentative, in favore di altri modi di interpretazione, concordati nel tessuto sociale in cui avranno luogo e saranno di fatto utilizzati.

Più un’esperienza coinvolge un numero maggiore di individui, più sembra immutata nel corso degli anni, più forte sarà la sua categorizzazione, più numerose e radicate le immagini che richiama.

Perché se questi escamotage possono essere vissuti come limitanti, hanno anche e soprattutto la funzione di darci rapidamente e con minore margine di errore la possibilità di interpretare una situazione, creando in noi delle aspettative a riguardo.

Pensate ogni volta dover analizzare nel dettaglio tutti gli elementi interiori ed esterni coinvolti in ogni azione messa in atto quotidianamente e le loro potenziali infinite conseguenze. Considerare tutto nel dettaglio renderebbe, anche solo fare la spesa un’impresa titanica, molto più di quanto non lo sia già.

Questo meccanismo, questa semplificazione sono la base dello stereotipo, inteso proprio come semplificazione estrema di una categoria, attribuzione aprioristica di determinate caratteristiche sulla base di una qualche somiglianza negli attributi. Col fine ultimo di rendere un contesto, un individuo, appunto, prevedibile-semplice.

Così sembriamo muoverci in un primo momento nella realtà che ci circonda. Raggruppando ciò che ci sembra simile ad un primo sguardo, così da poter trarre nel minor tempo possibile delle aspettative circa le diverse situazioni.

Rischioso? Sicuramente.

Semplicistico? Senza dubbio.

È anche vero, tuttavia, che la realtà, che ci circonda è talmente carica di stimoli, che non potremmo probabilmente sopravvivere senza una grande scrematura iniziale.

L’importante però è riconoscere dove finisce la storia generalizzata e dove inizia quella, che davvero rappresenta le singole realtà.

La categorizzazione, gli stereotipi non trovano espressione solo nella relazione con “l’altro “anzi sono spesso qualcosa di molto intimo, interiore. Basta pensare ai ruoli di genere, a come la loro rappresentazione sia in grado di indirizzare le aspettative sugli altri ma anche su noi stessi.

Come la nostra appartenenza ad una od a un’altra categoria indirizzi anche le prospettive, che noi stessi abbiamo sul nostro futuro, sulle nostre possibilità. Difficile uscirne, soprattutto quando si tratta di schemi interiorizzati più o meno consapevolmente, quando ciò che ci ostacola è in realtà dentro di noi, ma non impossibile.

Facile porsi dei limiti e ancora di più degli obiettivi, che non sentiamo ci appartengano, solo perché crediamo di “doverli” raggiungere o al contrario, di non poterlo fare. Quando ci precludiamo delle strade sulla base di quello che pensiamo ci sia o meno concesso di fare. 

Non sempre trovare la propria strada è così semplice, proprio perché potremmo non essere consapevoli dei condizionamenti a cui siamo sottoposti. Per alcuni infrangere certi modus operandi può essere gravoso, quando non percepito come impossibile.

L’ascolto attivo di noi stessi, in questo caso, può aiutarci a comprendere realmente ciò che vogliamo, scindere i nostri obiettivi da presunte aspettative esterne. Comprendere, che non esiste un solo modo, ma, al contrario, siamo tutti portatori di uno sguardo esclusivo, a cui spesso basta solo concedere di esprimersi.

 

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