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Il pianto dei neo-nati e la disperazione dei neo-genitori

Sin dai primi istanti di vita i neonati iniziano a sperimentare la loro interazione con la realtà che li circonda.

Il modo più diretto che hanno per reagire a ciò che sta loro intorno è senza dubbio il pianto. Il pianto è generalmente una delle prime e più importanti fonti di stress per i genitori. Viene vissuto spesso con forte angoscia, disagio, a volte rifiuto o ansia da parte dei genitori. Questo in parte a causa della lettura che ne dà la società che ci circonda.

Il pianto è visto quasi sempre come un comportamento da sedare il più rapidamente possibile. È la prima caratteristica negativa che si attribuisce ai neonati. Chi non ne è direttamente coinvolto lo vive come un gran fastidio, mentre chi si sente in dovere di intervenire lo accompagna spesso a un senso di frustrazione.

Il pianto, tuttavia, non è altro che la forma comunicativa primaria per i neonati. Lo scopo quindi non deve essere fermarlo il prima possibile ma interpretarlo.

Sicuramente viene messo in atto per ottenere qualcosa: richiamare l’attenzione dell’adulto, richiederne l’intervento, reagire a qualche stimolo dell’ambiente, manifestare un disagio.

Gli adulti, tuttavia, sono quasi sempre spinti ad agire con lo scopo di farlo smettere il prima possibile e solo raramente intervengono come forma di aiuto.

Se il bambino piange qualcosa non funziona. Se il pianto persiste le capacità genitoriali dimostrate sono scarse. È così che, anche involontariamente, ci si trova ad interpretare la situazione. Non è un caso che il pianto attiri più di altri aspetti consigli indesiderati o pareri non richiesti da chi ci circonda. Questo fa sì che i genitori possano vivere questi episodi con estremo disagio. Provando da una parte la paura della critica sociale e dall’altra interpretando il pianto come la dimostrazione di una qualche loro mancanza.

Sono le madri, soprattutto nei primi mesi, quelle maggiormente chiamate in causa quando il pianto si manifesta. Questo può portarle a sentirsi giudicate sulle loro capacità o, in momenti di grande stanchezza, possono viverlo come l’ennesimo richiamo all’ordine da parte del loro bambino.

La pressione sociale aumenta l’ansia e crea sentimenti di frustrazione. Ansia e frustrazione si ripercuotono anche sul bambino, ottenendo l’effetto opposto. Vivere il pianto come un fallimento è abbastanza diffuso specialmente nei primi periodi del post-parto, quando le madri sono molto stanche e le loro competenze ancora limitate. È possibile anche percepire il pianto con fastidio come l’ennesima invasione del neonato nel proprio spazio personale, come l’ennesima richiesta non posticipabile alla quale si viene sottoposti.

Lasciarsi sopraffare dal senso di inadeguatezza o dalla frustrazione però non è necessario. È controproducente perché ci porta a mettere in atto le solite strategie poco funzionali. È ingiusto perché di rado le ragioni del pianto dei neonati hanno a che fare con la qualità delle cure genitoriali. Le motivazioni sono più spesso da ricercare nella soddisfazione di bisogni fisiologici, oppure possono essere indotte da qualcosa relativo all’ambiente o ancora essere una reazione a ciò che succede interiormente al piccolo.

È necessario allora considerare il pianto per ciò che è: una forma di comunicazione.

Il pianto serve al bambino a prendere contatto col mondo circostante, è lo strumento più efficace di cui dispone per attirare l’attenzione dell’adulto e attraverso questo si forma e si plasma la relazione genitore/figlio.

I genitori col tempo realizzano che ne esistono di diversi tipi, a seconda delle richieste dei piccoli, del disagio e delle necessità che vogliono manifestare.

Il modo migliore per affrontare il pianto del proprio bambino è imparare a riconoscerne le cause.

Il riconoscimento “vocale” del pianto del proprio figlio avviene in maniera abbastanza rapida, l’interpretazione avviene col tempo per prove ed errori, nella costruzione costante della relazione genitori-figli. Non è sempre facile per un adulto interpretare il pianto. Solitamente ci si muove per prove ed errori scartando prima le cause fisiche e via via considerando quelle più complesse, meno evidenti ed immediate.

Gran parte dell’abilità genitoriali in questa fase sta proprio nel sintonizzarsi sulle diverse forme di pianto, imparare a riconoscerle e farle proprie, comprenderle per poter soddisfare la comunicazione col proprio bambino capendo le sue richieste ed intervenendo per realizzarle.

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